Facebook, Zuckerberg piange lacrime di coccodrillo in un’audizione farsa. Stasera il bis

Ieri si è tenuta la prima audizione al Congresso Usa di Mark Zuckerberg. Basta vedere il titolo di Facebook, che ha chiuso in rialzo del 4,5%, la migliore giornata degli ultimi due anni, per capire che è andata in scena una farsa. Uno spettacolo organizzato per mettere al sicuro il social network e il suo valore di mercato, più che inchiodare il Ceo di una piattaforma che non ha impedito la migrazione illegittima dei dati di 87 milioni di utenti sui server di Cambridge Analytica. Ma oltre alla società inglese di analisi di big data gli stessi dati “sono stati venduti anche ad altre compagnie”, ha rivelato Zuckerberg solo dopo quattro ore di audizione di fronte ai senatori delle commissioni congiunte di giustizia e commercio del Senato. (Un allarme lanciato prima della confessione di Zuckerberg dal nostro Garante Privacy ieri sulle pagine del Corriere della Sera).
Questo è uno dei pochi passaggi significativi di un copione recitato dal 33enne fondatore di Facebook che viene impallinato solo da tre senatori su 44. Anche le regole del finto match erano ingessate: i senatori avevano solo cinque minuti per rivolgere una sola domanda, senza la possibilità di controbattere.

I tre momenti d’imbarazzo di Mark Zuckerberg

 

Dunque sono stati solo tre i senatori che hanno rivolto domande che hanno spiazzato e messo in difficoltà Mark Zuckerberg.

Il senatore Ed Markey gli ha chiesto se fosse favorevole a una legge che consenta ai social network la vendita dei Big Data degli utenti a soggetti terzi solo dietro il consenso esplicito (Opt-In) degli iscritti. Dopo che il senatore l’ha incalzato più volte Zuckerberg ha riposto che ‘come principio generale sarei d’accordo’.

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Se questa legge fosse davvero approvata bloccherebbe buona parte del modello di business di Facebook, che a sorpresa, uno dei senatori presenti in ieri in audizione ancora non conosceva.

Il senatore Hatch ha chiesto: “Beh, come si sostiene un modello di business in cui gli utenti non pagano per il servizio?”

Zuckerberg: “Senatore, pubblichiamo pubblicità”.

 

Invece, fortunatamente, conosce bene come funziona la gallina dalle uova d’oro il senatore repubblicano John Kennedy, che senza peli sulla lingua ha detto in faccia a Zuckerberg: “il tuo contratto di licenza con gli utenti fa schifo. La sua vera finalità è celare cosa fa Facebook dietro le quinte e non d’informare gli utenti dei loro diritti”.

 

 

Infine il senatore Dick Durbin dell’Illinois ha chiesto al Ceo di Facebook di rivelare l’hotel in cui ha dormito la notte precedente, e a chi ha inviato messaggi privati nell’ultima settimana. Mark Zuckerberg, sorpreso, ha risposto di ‘No’. Due domande personali del senatore per fargli capire che lui, come Ceo di Facebook, fino ad oggi non ha né rispettato né garantito la privacy dei cittadini statunitensi, come si evince da questi due nostri articoli:

 

Sin dall’iscrizione il social network tiene traccia di chat, messaggi, foto, video, indirizzi Ip, carta di credito… per un totale di 70 categorie. Così non può più andare avanti. E sia il presidente della commissione Giudiziaria del Senato, Charles Grassley, che quello della commissione del Commercio, John Thune, hanno detto ieri nel corso dell’audizione che forse è giunto il momento per porre regole sulla privacy ai colossi tech. “Credevano che il settore potesse regolarsi da sé, ma adesso abbiamo dubbi. Facebook è nato come un esempio del sogno americano non trasformatelo in un incubo della privacy”, ha detto Zuckerberg sottolineando che è importante regolare il settore ma non per forza come ha fatto l’Europa.

Invece sì, l’Unione Europea, che si armerà dal 25 maggio del Regolamento generale in materia di protezione dei dati (Gdpr), può diventare testa d’ariete, un modello da seguire anche a livello globale per imporre, finalmente, ai giganti del web più restrizioni sulla gestione della privacy degli utenti.

Oggi Mark Zuckerberg ripeterà la sceneggiata nella commissione per il commercio e l’energia della Camera.

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