fuga dei cervelli, cause e conseguenze

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Il costo economico della “fuga dei cervelli” è un tema a suo tempo dibattuto con mio padre, un ex Dirigente Generale della Corte dei conti, un ragioniere vecchio stile, esperto analizzatore di conti, quando ero dottoranda in fisica. Oggi, a distanza di qualche anno, faccio il paragone fra me stessa e il figlio di un mio collega dottorando in filosofia che per lavorare ha dovuto emigrare all’estero. Ad una sola generazione di distanza (gli anni di differenza fra la sottoscritta e Leonardo sono 7), questo Paese non è più in grado di offrire ai giovani una minima possibilità di impiego. Provo di seguito a spiegare le mie ragioni

 

La Commissione europea ha recentemente sostenuto che il numero dei giovani italiani altamente qualificati emigrati all’estero è cresciuto rapidamente dal 2010 in poi; è un dato che non può essere ignorato in quanto la cosiddetta “fuga di cervelli”, a medio e lungo termine,  può compromettere le prospettive di crescita economica dell’Italia e anche le sue finanze pubbliche, in quanto causa una perdita netta permanente di capitale umano altamente qualificato, a danno della competitività dell’Italia.

Durante gli anni Ottanta sono stati proclamati meno di duemila nuovi dottori di ricerca l’anno e pochi di più nel corso dei Novanta. Nei primi anni Duemila si è registrato un incremento consistente arrivando fino a oltre 10mila. Il rapporto ISTAT sulle “Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente” ha evidenziato come, nella fascia over 25, si stia assistendo ad una vera e propria diaspora. Sovra-istruzione equivale a disoccupazione. I motivi che convincono i nostri laureati a trasferirsi oltre i confini sono essenzialmente: retribuzione mediamente superiore, molte assunzioni con contratti a tempo indeterminato e qualifica più idonea per il lavoro che svolgono. E con l’avanzare della crisi nel nostro Paese anche i laureati più brillanti faticano a trovare lavoro. Oltre a minarne le prospettive di crescita, la “fuga dei cervelli” comporta un costo economico notevole all’Italia tanto per la spesa pubblica sostenuta per l’istruzione di studenti, che poi si trasferiscono all’estero, quanto per il mancato versamento delle imposte che quest’ultimi avrebbero pagato lavorando nel nostro Paese. Moltiplicando il costo complessivo della formazione di ciascun laureato italiano per il numero dei laureati emigrati all’estero, emerge che la cifra in perdita ammonta a oltre un miliardo di euro all’anno.

E da un’analisi elaborata sulla base dei dati forniti dal ministero delle Finanze, è stato stimato che il ritorno dei talenti italiani ha generato una crescita aggiuntiva del PIL.

Il dottorato (istituito in Italia solo negli anni ’80) è un titolo accademico corrispondente al massimo grado di istruzione universitaria ottenibile, in Italia e in molti paesi del mondo. Superando l’esame finale si ottiene il titolo di Philosophiae Doctor (Ph. D.), unico titolo riconosciuto all’estero con ufficialità, almeno in ambito scientifico.

Dai dati ISTAT (http://dati-capumano.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=CU_SPEISTROCSE#), la spesa pro capite annuale per ogni studente ammonterebbe a 9.238 dollari che, moltiplicati per 23 anni di scuola, diventano 212.520.

Questa cifra, moltiplicata per i 3 mila cervelli in fuga, arriva a 637.560.000. Alla quale si devono aggiungere circa 300 milioni di dollari per l’ulteriore specializzazione triennale del dottorato.

L’ammontare finale sé di 937.560.000 dollari che, tradotto in euro, è 918.808.800,00, approssimiamo ad 1 miliardo! Giusto per non sbagliare!

A questo dato, di per sé desolante, potremmo sommare un’altra informazione: la maggior parte dei cervelli in fuga è nelle materie tecnico-scientifiche. Quindi, oltre a perdere l’investimento già fatto, lo Stato disperde tutti i benefici che provengono da possibili guadagni, non certi, ma molto probabili. Che i guadagni siano altamente probabili dipende anche dal fatto che i cervelli italiani raggiungono spesso posizioni apicali nei centri di ricerca e, quindi, a livello internazionale siamo già riconosciuti come la crème della crème… ma questi cervelli per l’Italia, evidentemente, non sono abbastanza. Un miliardo di euro l’anno: questo è l’impatto economico del fenomeno dei “cervelli in fuga”, ovvero di quei giovani che, dopo il conseguimento del titolo accademico, si trasferiscono all’estero. Un costo molto spesso ignorato o sottovalutato, ma che rappresenta un vero e proprio danno per l’economia del Paese: questi giovani infatti si formano a spese della collettività italiana e, in seguito, esportano competenze e produttività a favore dell’economia di un Paese estero.

Più di un miliardo di euro l’anno è il profitto prodotto dai nostri scienziati che lavorano all’estero, il capitale generato dai i 243 brevetti che i nostri migliori 50 cervelli depositano all’estero. Un valore che, in una prospettiva ventennale, potrebbe arrivare a toccare quota tre miliardi. Tutto mancato profitto per l’Italia. D’altra parte i fondi destinati alla ricerca nel nostro paese oscillano tra l’1,1% e l’1,3% del Pil.

In termini di mancato guadagno nel corso della sua attività un giovane ricercatore ha una produttività media di ventuno brevetti che equivalgono a 63 milioni di euro e ben 148 milioni in una proiezione ventennale. Solo nell’ultimo anno, i migliori venti ricercatori italiani hanno depositato fuori dal suolo nazionale otto scoperte come autori principali. Si tratta, in termini di ricavo, di 49 milioni di euro che tra venti anni diventeranno 115 milioni. Se si considera, invece, la totalità dei brevetti a cui i nostri venti “top cervelli fuggiti” hanno contribuito come membri del team di lavoro, il numero sale a 66 milioni. Si tratta di 334 milioni di euro che in una previsione ventennale diventeranno 782 milioni.

Per quanto riguarda la spesa per l’istruzione, i numeri, purtroppo, smettono di impressionarci, la spesa per la ricerca è rimasta pressoché identica negli ultimi undici anni. Nel 2000 alla ricerca era destinato l’1,1% del Pil, nel 2011 il valore oscilla tra l’1,1% e l’1,3%, suddiviso in 0,6% fondi pubblici e 0,5% privati. L’investimento in ricerca e sviluppo è sotto la media dei paesi OCSE (pari a 5.2% nel 2013, ultimo dato aggiornato).

Nonostante tutto i nostri ricercatori rimangono tra i migliori al mondo. L’Italia è in fondo alla classifica per numero di brevetti sviluppati in patria negli ultimi anni che, all’estero, sale drasticamente per produttività.
Il numero di giovani altamente qualificati che emigrano all’estero non è stato compensato da flussi di italiani, con pari qualifiche, che hanno fatto rientro in patria. E tantomeno si può parlare di uno scambio di cervelli in quanto solo pochi cittadini di altri Paesi, con qualifiche dello stesso livello, scelgono l’Italia come destinazione. Ciò rappresenta un ulteriore danno sociale in termini di perdita di gettito da imposte e contributi sociali che i migranti altamente qualificati avrebbero pagato lavorando in Italia.

Ecco un quadro aggiornato, al 2014 dei dottori di ricerca che lavorano all’estero diviso per area disciplinare (dati ISTAT).

 

Seppur la serie storica sia formata di soli due valori si vede l’incremento del 15% in appena due anni.

Sempre facendo i “conti della massaia”: manovra finanziaria 2015 pari a circa 30 miliardi di euro (lo scrivo perché, per me nata e cresciuta ai tempi della lira, 30 miliardi di euro è come il fantastiliardo di Paperone, un numero inimmaginabilmente grande), con la fuga dei cervelli all’estero, l’Italia perde circa 2 miliardi (il primo miliardo per la fuga annuale dei cervelli, il secondo miliardo per i mancati introiti dovuti alle tasse pagate all’estero sommati ai brevetti depositati all’estero), pari al 6% circa di una qualsiasi manovra “lacrime e sangue”!!!

Dai paesi in via di sviluppo (come l’India e la Cina, che fanno parte del Gruppo G20) arrivano in Italia molti studenti. Analizziamo il fenomeno: le piccole università, avendo pochi fondi, fanno dei bandi internazionali per essere sovvenzionate. I bandi prevedono che studenti stranieri partecipino al concorso. Magari gli studenti stranieri vincono, anche perché l’università piccola ha un numero di laureati minore rispetto al numero totale di posti messi a concorso (anche tramite i fondi internazionali), quindi, in una graduatoria potremmo avere diversi vincitori stranieri. Questi studenti, che almeno il primo anno sono tenuti a seguire un corso di lingua italiana, dopo essere stati per anni in Italia (riuscendo anche a risparmiare ed inviare i risparmi a casa) tornano nel loro paese d’origine formando, in loco, le nuove generazioni, creando così valore aggiunto per tutti: per loro stessi che hanno acquisito una conoscenza approfondita della materia, per il loro paese d’origine dove esportano le nozioni imparate.

Ma consoliamoci così: lo studio allunga la vita. Il grado di studi raggiunto influenza notevolmente anche lo stile di vita dell’individuo, allungandone le prospettive di durata. Secondo l’OCSE “l’istruzione è un importante predittore della speranza di vita”. In media, tra i 15 Paesi OCSE, un laureato di 30 anni può aspettarsi di vivere altri 51 anni, mentre un trentenne che non ha completato l’istruzione secondaria superiore può aspettarsi di vivere ulteriori 43 anni. Lo studio, quindi, sembrerebbe allungare la vita, permettendo di trascorrerla veramente in maniera più agiata ?

 

GOODBYE MALINCONIA (Caparezza feat Tony Hadley – 2011)

“Cervelli in fuga, capitali in fuga, migranti in fuga dal bagnasciuga

È Malincònia, terra di santi subito e sanguisuga”

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