Rapporto Censis, ‘l’Italia della ripresa e del rancore’

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La presentazione del “Rapporto sulla situazione annuale del Paese” del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) è da anni (anzi decenni) una sempre stimolante occasione di riflessione critica sulle dinamiche socio-economiche dell’Italia.

Al di là della ritualità (non c’è dibattito o discussione di sorta, ed è un peccato veramente), che ricorda le relazioni annuali di istituzioni come l’Agcom o l’Istat (anche se è comunque apprezzabile, nell’ambito Censis, l’assenza di intervenienti politici), la sala del Parlamentino (sic) del Cnel è sempre affollata, ed è interessante osservare, con occhi da antropologo, la “sociologia” dei presenti: età media sui 60 anni, pochissime presenze femminili. Quest’anno, più che in passato, erano affollate le sale limitrofe e finanche al pian terreno della bella palazzina in stile liberty a viale Lubin. Un indubbio “tutto esaurito”, insomma.

La presentazione di questa mattina ha registrato, per la prima volta, l’assenza del “padre fondatore”, ovvero di Giuseppe De Rita (che pure era stato annunciato nell’invito): forse per stanchezza, forse per noia… certo non per vecchiaia, perché è sì classe 1932, ma lo abbiamo visto all’opra anche recentemente, e con la vivacità intellettuale che lo caratterizza da sempre.

Sul tavolo di presidenza del Parlamentino del Cnel, erano seduti, uno dei figli (ne ha ben 8, sei maschi e due femmine), il secondogenito Giorgio De Rita che del Censis è Segretario Generale, Tiziano Treu, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (famoso – tra l’altro – per la battuta “sono Presidente del Cnel, ma volevo cancellarlo”), e Massimiliano Valerii, Direttore del Censis.

Non vogliamo essere “pregiudiziali” come i colleghi de “il Fatto Quotidiano” (che hanno più volte polemizzato con Giuseppe De Rita rispetto alla scelta di nominare il figlio Giorgio come Segretario Generale e segnalarono che anche un altro figlio, Giulio, lavora al Censis…), ma francamente riteniamo inopportuno, in termini iconici, che le redini di una struttura come il Censis vengano affidate – comunque – ad un figlio del fondatore e storico Presidente: non si tratterà certo di un caso del diffuso “familismo amorale”, tipico del nostro Paese, ma l’interpretazione maligna si nasconde inevitabilmente dietro l’angolo. Comunque, da segnalare che, all’interno del volume, è stato inserito un depliant promozionale dell’ultimo libro di De Rita (Giuseppe), “Dappertutto e rasoterra. Cinquant’anni di storia della società italiana”, edito da Mondadori, la cui uscita in libreria è prevista per martedì prossimo 5 dicembre.

Il tomo Censis è come sempre corposo: 530 pagine. L’architettura grafica è quella di sempre (per i tipi di Franco Angeli), un po’ vetusta, e su quest’aspetto crediamo che Censis dovrebbe innovare radicalmente, utilizzando finalmente gli strumenti della più evoluta infografica: riteniamo che un esempio di riferimento sia rappresentato dall’“Atlante dell’Infanzia a rischio”, curato da Save the Children ed Enciclopedia Treccani (l’VIII edizione, “Lettera alla scuola”, è stata presentata il 14 novembre, e ne scriveremo presto su queste colonne), che propone dati ed analisi in modo efficace e visivamente gradevole.

Crediamo che l’impegno del gruppo di lavoro del Censis meriti attenzione, e quindi dedicheremo il tempo necessario alla lettura del libro, prima di proporre una lettura critica: qui vogliamo soltanto anticipare alcune considerazioni, soprattutto in relazione al… “tono” della presentazione.

In effetti, il “dataset” che Censis propone ogni anni potrebbe provocare… decine e decine di convegni, tanta è la carne al fuoco (troppa, pensiamo), e conferma di ciò si ha osservando le decine e decine di dispacci che il “Rapporto” provoca nel flusso delle agenzie di stampa. Sarebbe interessante un’analisi diacronica come lo studio del Censis viene “metabolizzato” dai giornali e dai media, anno dopo anno: una “valutazione di impatto”, anche in questo caso.

Moderato e pacato – come suo stile – il Direttore del Censis, Massimiliano Valerii (nominato nel novembre di due anni fa come successore di Giuseppe Roma), si pone come emulo del fondatore, sebbene non abbia quella verve retorica e capacità immaginifica che caratterizza ancora oggi Giuseppe De Rita: sia consentito criticare Valerii per un approccio molto freddo, distaccato, quasi algido, e di impostazione più economicista che sociologica.

Il Direttore del Censis ha proposto molti dati ed analisi (e ci torneremo), ma alcuni ci hanno impressionato: un 78 per cento degli italiani sarebbe soddisfatto della propria vita, dato che ha dell’incredibile… I consumi culturali sarebbero andati in controtendenza (rispetto all’andamento generale dei consumi ed anche in confronto agli altri Paesi europei) e sarebbero lo stimolo determinante lo sviluppo della cultura digitale in Italia. Dati sconcertanti e tesi ardite.

Una sintesi del suo intervento potrebbe essere proposta estrapolando questi concetti: “La ripresa c’è, lo confermano tutti gli indicatori economici, a parte gli investimenti pubblici, che sono calati de 32,5 % nel 2016 rispetto all’ultimo anno prima della crisi, ma non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore. Trova nei social network una sfonda di facilitazione molto alta. Non si sfoga però in tensione e conflitto sociale. Per certi versi, sarebbe anche utile. Finisce a sfogarsi solo nella casa, nelle famiglie, nella prossimità. E nell’indifferenza generale”.

Per quanto riguarda lo specifico medial-culturologico, le analisi del Censis – ancora una volta – non ci convincono, nemmeno metodologicamente: gli indicatori statistici, ovvero le fonti primarie (Istat e Siae) propongono numeri che non sono tali da poter stimolare oggettivamente una interpretazione così positiva, di ripresa significativa dei consumi e della fruizione; si tratta di variazioni che dovrebbero essere analizzate con un respiro storico di cicli almeno quinquennali, ed invece Censis sembra seguire l’interpretazione ottimista del titolare del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, che è convinto che l’evoluzione dei consumi culturali mostri un andamento realmente in crescita, osservando i piccoli incrementi (e peraltro non in tutti i settori del sistema culturale) che si registrano di anno in anno. Noi ci limitiamo a ricordare che in Italia vengono venduti soltanto poco più di 100 milioni di biglietti cinematografici all’anno, e che questa soglia è ben lontana dai livelli di Paesi come la Francia.

E che dire di quella abbondante metà di italiani che non legge nemmeno 1 libro l’anno?! E, ancora, riteniamo che la spesa degli italiani in “device” elettronici non possa essere messa nel calderone dei “consumi culturali”, perché tale non è. Eccetera. Ci torneremo presto.

Interessante l’attivazione di un nuovo “capitolo” (in verità, si tratta di un paragrafo di una decina di pagine), dedicato all’“immaginario collettivo”. Tra i nuovi miti d’oggi degli italiani, il primo resta il… “posto fisso”. Infatti, tra i “fattori ritenuti centrali” nella società attuale, al primo posto si trova ancora il “posto fisso” con il 38,5 % delle opinioni, seguito però dai “social network” (28,3 %), poi dalla “casa di proprietà” (26,2 %) e dallo “smartphone” (25,7 %): le prime quattro posizioni riproducono in mix inestricabile tra “valori tradizionali” ed “icone della contemporaneità”. Segue l’attenzione alla cura del corpo (22,7 %), poi i “selfie” (18,9 %), che vengono prima del possesso di un buon titolo di studio come garanzia per riuscire socialmente (14,4 %), e dell’acquisto dell’automobile nuova (10,2 %).

Tra i “media” decisivi nella formazione del nuovo “immaginario collettivo”, la televisione si trova al primo posto con il 28,5 % delle risposte, subito dopo internet (26,6 %) e i “social network” (27,1 %).

Sommando questi ultimi due dati, si arriva complessivamente al 53,7 %. Tra i più giovani, internet e i social network si attestano insieme al 56 % e nella fascia d’età 30-44 anni addirittura al 66,6 %, con la tv relegata al 16,3 %.

Con l’avanzare dell’età, cresce l’influenza esercitata dai media più tradizionali, con la tv al 48,9% nella fascia tra i 65 e gli 80 anni. Scarsa è l’influenza esercitata da tutti gli altri media: il cinema si ferma al 2,1%.

Anche questi dati vanno trattati con prudenza: per esempio, che senso ha considerare “il cinema” come categoria a sé, se è vero che parte significativa del complesso della fruizione di immagini audiovisive, anche attraverso la tv ed il web, viene assorbito giustappunto dalle opere cinematografiche (così intendendo quelle destinate alla prioritaria diffusione in sala)?!

Censis ha naturalmente affrontato anche una delle tematiche “calde” di questo periodo: le “fake news”. Secondo le rilevazioni del Censis, a più della metà degli utenti di internet italiani è capitato di dare credito a notizie false circolate in rete (“spesso” al 7,4 %, “qualche volta” al 45,3 %, per un totale pari al 52,7 %). La percentuale scende di poco, anche se rimane sempre al di sopra della metà, per le persone più istruite (51,9 %), ma sale fino al 58,8 % tra i più giovani, che dichiarano di crederci spesso nel 12,3 % dei casi.

Per tre quarti degli italiani (77,8 %), quello delle “fake news” è comunque “un fenomeno pericoloso”. Soprattutto le persone più istruite ritengono che le bugie sul web vengono create ad arte per inquinare il dibattito pubblico (74,1 %) e che favoriscono il populismo (69,4 %)…

Insomma, ancora una volta… una marea di dati, che meritano una lettura attenta ed approfondita.

Alcuni rilievi “metodologici”: non ci sembra che le caratteristiche strutturali del “campione” utilizzato per le tante rilevazioni demoscopiche vengano descritte con adeguato dettaglio, e nemmeno il periodo temporale di realizzazione dell’indagine viene segnalato; una parte dei dati e delle analisi sono frutto di ricerche di varia committenza, che vengono sì citate nelle note a piè di tabella, ma senza che, di queste indagini, venga illustrata la metodologia ed il campionamento… E, ancora, perché deve prevalere ancora “l’anonimato” più assoluto: quanti sono i ricercatori del Censis che lavorano al “Rapporto”? Perché non vengono mai citati?!

Torneremo sul “Rapporto Censis”, così come lo andremo a leggere “comparativamente” con un’altra opera fondamentale per l’interpretazione della società italiana (come abbiamo già proposto ai nostri lettori l’anno scorso, vedi “Key4biz” del 2 dicembre 2016: “Rapporto Censis: Italia Paese ‘ruminante’, anche nel digitale”), qual è il “Rapporto sui Diritti Globali”, la cui XV edizione è stata presentata il 27 novembre scorso a Roma, presso la sede della Cgil (che è il finanziatore dell’iniziativa). Se Censis si pone come rapporto in qualche modo “asettico”, il lavoro diretto da Sergio Segio, promosso dall’Associazione Società INformazione onlus, si pone come strumento di lettura critica della realtà, con un approccio equilibrato ma ben connotato ideologicamente, fin dalla titolazione, che nell’edizione 2017, è eloquente: “Apocalisse umanitaria”. ll “Rapporto sui Diritti Globali” è uno studio annuale, unico a livello internazionale, che analizza i processi connessi alla globalizzazione ed alle sue ricadute, sotto i vari profili economici, sociali, geopolitici e ambientali, osservati in un’ottica che vede i diritti come interdipendenti. La “rassegna stampa” e la ricaduta mediatica del “Rapporto sui Diritti Globali” è purtroppo infinitamente meno ricca di quella del “Rapporto sulla situazione del Paese” del Censis. E, al di là delle differenti potenze di fuoco dei rispettivi uffici stampa, una ragione ci sarà…

 

  • Clicca qui, per la videoregistrazione (su YouTube) della presentazione del “51° Rapporto Censis sulla Situazione Sociale del Paese”, Roma, Cnel, 1° dicembre 2017.

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