Web tax, la Ue vuole tassare i ricavi di Google, Facebook, Uber & Co

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La Commissione Europea è pronta a presentare la sua proposta di web tax, disegnata per far pagare alle grandi corporation della rete made in Usa, come Google e Facebook, la giusta parte di tasse nell’Unione.

La proposta della Commissione, la cui bozza è stata vista la settimana scorsa da Reuters e che è attesa per oggi, prevede che le web company con un fatturato rilevante generato in Europa pagino una percentuale del 3% sul loro giro d’affari (turnover).

 

Società di advertising e intermediazione online

Se la proposta sarà votata da tutti gli stati della Ue, il che è tutt’altro che sicuro, la nuova tassa sarà applicata alle grandi imprese con un fatturato globale superiore a 750 milioni di euro e ricavi annui “imponibili” generati nella Ue superiori a 50 milioni di euro.

Tiesse, innovazione made in Italy

La proposta è di imporre la web tax nel paese dove sono basati gli utenti digitali.

La tassa in questione rappresenta una misura a breve termine prima che la Ue trovi il modo di tassare gli utili delle grandi web company americane, alle quali si potrebbero aggiungere anche aziende della sharing economy come Airbnb, Amazon e Uber.

 

Cooperazione rafforzata

Per passare e diventare legge in tutti gli stati della Ue, la proposta ha bisogno del voto unanime del Parlamento Ue e di tutti i 28 stati dell’Unione, che sono tutt’altro che d’accordo, anzi sono divisi. In materia fiscale le riforme devono essere approvate con voto unanime in Europa.

Ma già al Digital Summit che si tenne a settembre in Estonia il premier Paolo Gentiloni disse che bisogna ‘Decidere subito sulla tassazione dei giganti del web. Se la proposta della Commissione Ue non trova l’ok dei 28 Paesi, si può procedere comunque con la web tax attraverso la ‘cooperazione rafforzata’ di un gruppo di almeno 9 Stati dell’Unione europea”.

 

Tensioni Usa-Ue fra scandalo Facebook e guerra commerciale di Trump

La proposta di questa nuova legge arriva in un momento alquanto delicato per i rapporti bilaterali fra Europa e Stati Uniti, con l’amministrazione Trump pronta a imporre dazi e a innescare una guerra commerciale con il Vecchio Continente, per non parlare dello scandalo Facebook-Cambridge Analytica finito sotto i fari delle autorità europee per la raccolta a strascico di 50 milioni di profili personali del social network a scopi elettorali a favore della campagna presidenziale di Trump.

Da tempo l’Antitrust europeo sta indagando sulle pratiche commerciali di Amazon, Google e Apple, tanto che dagli Usa non mancano le accuse, rispedite al mittente dalla Commissione Ue, che l’Europa abbia messo nel mirino la Silicon Valley.

 

Germania, Francia e Italia favorevoli

Sono molti i paesi europei (dalla Germania alla Francia ma anche l’Italia) che da tempo accusano le web company Usa di pagare troppo poco nei paesi del blocco, spostando ad arte i profitti nei paesi come Irlanda e Lussemburgo con regimi fiscali più favorevoli.

La replica delle tech company Usa è sempre stata di aver rispettato le leggi e di aver pagato le tasse in conformità in linea con le normative nazionali e internazionali. In alcuni casi, le tech company Usa hanno sostenuto che le tasse vanno pagate negli Usa sugli utili rimpatriati.

Fonti diplomatiche Usa prevedono che sarà dura far passare la proposta e trasformarla in legge, perché sull’introduzione della nuova normativa c’è una spaccatura fra grandi e piccoli Stati membri.

I paesi più grandi incasserebbero di più rispetto a quelli piccoli.

I piccoli inoltre pensano che questo nuovo regime diminuirebbe l’appeal che esercitano sulle grandi web company.

 

Irlanda, Lussemburgo e piccoli contrari

L’Irlanda, ad esempio, ha messo in guardia dal fatto che la nuova proposta rischia di suddividere, e quindi diminuire, la fetta della torta fiscale delle web company, piuttosto che aumentare a tassazione.

Altri paesi temono inoltre che nella tagliola della nuova norma possano finire anche le società più piccole e le startup.

Ad ogni modo, la proposta riguarda anche le società di advertising online, il che amplia la platea anche a Google e Facebook, e alle piattaforme digitali che offrono servizi di intermediazione.

L’industria americana del tech ha protestato vivamente, sostenendo che è sbagliato tassare i ricavi (e non i profitti) e che sarebbero penalizzate soprattutto le grandi aziende, come Amazon, che hanno margini più bassi.

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